Dove sono finite le masse operaie di Marx? Scomparse, ci dicono. Rimpiazzate da una classe media globalizzata, flessibile, felice. Eppure basta scorrere lo schermo di uno smartphone per intravedere l’ombra di un nuovo proletariato: invisibile, frammentato, anestetizzato. I corpi non stanno più davanti ai tornelli della fabbrica, ma incollati a sedie ergonomiche in open space, o peggio, distesi su un divano di casa a svolgere micro-compiti per pochi centesimi. La struttura di classe non è morta: ha solo cambiato abito, e oggi si regge su cavi in fibra ottica e server fumanti.
Se tornasse oggi, Marx non riconoscerebbe i vecchi antagonisti. I capitalisti non possiedono più opifici: possiedono piattaforme, algoritmi, dati. La classe operaia si è dispersa in una miriade di figure ibride: rider, data labeler, creator di contenuti, freelancer della conoscenza. La contrapposizione non è svanita, è diventata più opaca, più difficile da narrare. Perché oggi il dominio non si esercita più solo sul tempo di lavoro, ma su ogni istante della vita: quando guardiamo un video, quando cerchiamo un ristorante, perfino quando dormiamo. Il nostro respiro produce valore per qualcuno.
E qui si inserisce l’elemento più inquietante: la maggior parte di noi non percepisce questa estrazione. Siamo stati indottrinati a credere che la tecnologia sia neutrale, democratica, emancipante. Non vediamo il padrone perché non ha volto. Non c’è un signor Rossi che ci sfrutta: c’è un algoritmo. E l’algoritmo, si sa, non ha coscienza. Ma chi lo possiede, sì.
La sociologa statunitense Shoshana Zuboff ha definito questo regime capitalismo della sorveglianza: un sistema in cui la materia prima non è più il lavoro, ma l’esperienza umana tradotta in dati. Ogni clic, ogni like, ogni pausa davanti a un video è registrata, analizzata, trasformata in merce. Non vendiamo più la nostra forza lavoro: vendiamo la nostra attenzione, le nostre emozioni, le nostre relazioni. Siamo simultaneamente produttori e prodotto.
Dove si annida, in questo scenario, la possibilità di un conflitto? Marx immaginava che la classe operaia, presa coscienza di sé, si sarebbe ribellata contro i capitalisti. Oggi quella rabbia potenziale viene neutralizzata da un meccanismo sottile: l’anestesia digitale. Il filosofo coreano Byung-Chul Han parla di società della stanchezza e di crisi della libertà: l’individuo contemporaneo crede di essere libero, ma è solo un imprenditore di sé stesso che si sfrutta da solo. Lo smartphone è il nuovo capo reparto, sempre presente, sempre esigente. Non c’è un nemico esterno da odiare: il nemico siamo noi, che non riusciamo mai a staccare, a essere sufficientemente produttivi.

Eppure, come ricordava Antonio Gramsci, il dominio non è solo economico ma anche culturale: l’egemonia si esercita nel momento in cui i dominati considerano naturali le idee dei dominanti. Oggi l’ideologia dominante è il tecnoliberismo: l’idea che la tecnologia risolverà ogni problema, che la disuguaglianza sia un incidente di percorso, che l’unico dovere sia innovare. Le classi subalterne del XXI secolo non sono più gli operai dell’industria pesante, ma i precari della rete: i rider che aspettano sotto la pioggia, i moderatori di contenuti che impazziscono a forza di rimuovere violenza, i lavoratori delle piattaforme che non hanno contratto né tutele. Sono loro i nuovi lazzaroni digitali, per dirla con Marx: disgregati, atomizzati, difficili da organizzare.
Ma esiste una via d’uscita? Forse sì, se guardiamo a tre direzioni. La prima è la ricostruzione di una coscienza di classe basata sulla comune condizione di produttori di dati. Non si tratta di tornare alle fabbriche, ma di riconoscere che il lavoro digitale, per quanto smaterializzato, rimane lavoro. Iniziative come i sindacati dei rider o le cooperative di piattaforma mostrano che è possibile organizzarsi.
La seconda via è la regolazione pubblica dell’economia digitale. Lo Stato, messo da parte dalle narrazioni libertarie, deve tornare a essere il garante del bene comune: tassare i giganti della rete, garantire diritti minimi ai lavoratori delle piattaforme, proteggere i dati dei cittadini come bene pubblico. Non è utopia: l’Unione Europea con il Digital Markets Act e il GDPR ha già posto alcuni paletti.
La terza, e più radicale, è la democratizzazione dell’infrastruttura digitale. Come le ferrovie e l’elettricità nel Novecento, anche i server e gli algoritmi dovrebbero essere beni comuni, gestiti da istituzioni pubbliche o da comunità di utenti. Se i mezzi di produzione digitali resteranno in mano a pochi, la classe subalterna non si libererà mai.
Ma c’è un ostacolo culturale enorme: l’anestesia di cui parlavamo. Per risvegliarsi, serve una contro-egemonia, un’educazione critica alla tecnologia che sveli il rapporto di dominio nascosto dietro la superficie amichevole dell’interfaccia. E qui il pensiero di Ivan Illich torna di attualità: il suo concetto di convivialità – una società in cui gli strumenti sono al servizio dell’uomo e non viceversa – è più urgente che mai.
Obiezioni e limiti. I critici potrebbero obiettare che la classe operaia classica è scomparsa e che i nuovi lavoratori digitali sono troppo eterogenei per formare un’unità politica. Inoltre, molti di loro non si percepiscono come sfruttati: il lavoro flessibile viene vissuto come libertà. C’è infine il problema della scala: le piattaforme sono globali, mentre le soluzioni politiche sono ancora nazionali. Sono obiezioni serie, che richiedono una risposta non meno seria: la globalizzazione del capitale esige una globalizzazione della resistenza.
Che fare, dunque? Iniziare da piccole pratiche quotidiane: disintossicarsi dallo smartphone, preferire cooperative digitali a società quotate in borsa, sostenere iniziative di alfabetizzazione critica. E poi, sul piano collettivo, chiedere ai propri rappresentanti politici leggi che restituiscano dignità al lavoro digitale. La lotta di classe non è finita: ha solo cambiato forma, e chi non lo vede è già stato anestetizzato.

Nota: Le idee qui esposte rielaborano concetti di Marx, Zuboff, Han, Gramsci e Illich in forma personale. Ogni analogia con fatti o persone specifiche è puramente casuale.
Domande frequenti
Sì, ma richiede aggiornamenti. Il nucleo della teoria – l'estrazione di plusvalore da una classe subalterna – resta valido, ma i mezzi di produzione non sono più le fabbriche ma i dati e le piattaforme. Autori come Zuboff hanno riformulato il concetto di sfruttamento in termini di sorveglianza.
Lo Stato può e deve intervenire per regolamentare le piattaforme, tassare i giganti digitali e garantire diritti ai lavoratori precari. Iniziative come il Digital Markets Act europeo mostrano che è possibile, ma occorre una volontà politica più forte per contrastare la potenza di lobby tech.
Attraverso forme sindacali tradizionali ma anche innovative: cooperative di piattaforma, proteste coordinate online, scioperi digitali. La frammentazione è un ostacolo, ma la condivisione di una condizione comune – la dipendenza dall'algoritmo – può diventare un fattore unificante.
Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.
«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.
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