C’è un istante, in ogni corteo che vira allo scontro, in cui la piazza cessa di essere un luogo di rivendicazione e diventa un teatro di guerra. A Chiomonte, il giorno prima dell’articolo, quel confine era già stato oltrepassato. I frame dei telefonini restituiscono sagome incappucciate che scagliano pietre contro gli scudi della polizia, mentre il fumo degli estintori accende l’aria e i lacrimogeni disegnano barriere chimiche. Secondo quanto riportato da Tgcom24, le forze dell’ordine hanno identificato oltre ottocento persone, mentre dal movimento No Tav si rivendica un nuovo assalto in Val di Susa: «Eravamo migliaia, tutti black bloc».
La frase ha il sapore di una sfida, quasi di un orgoglio. Ma per chi studia i fenomeni collettivi, quella dichiarazione è un grimaldello che apre a domande più profonde: perché una protesta ambientalista, radicata in un territorio, si trasforma in guerriglia urbana? Davvero era «tutti black bloc», o stiamo assistendo a una rincorsa retorica che semplifica una realtà ben più ambigua? La sociologia, da Gustave Le Bon in poi, ha cercato di spiegare come l’individuo, immerso in una folla, possa perdere la propria razionalità e assumere comportamenti che da solo mai adotterebbe. Ma quella spiegazione non basta più.
La folla come entità psicologica: l’eredità di Le Bon
Pubblicata nel 1895, La psicologia delle folle di Gustave Le Bon resta il punto di partenza obbligato. Per Le Bon, l’individuo nella folla subisce una sorta di ipnosi collettiva: il senso di responsabilità svanisce, l’emotività si esalta, e il contagio mentale trasforma anche il più mite dei cittadini in un ingranaggio di una macchina violenta. «L’eterogeneo si fonde nell’omogeneo», scriveva, e la volontà cosciente si dissolve in un’anima collettiva primitiva, facile al fanatismo e all’aggressività. A Chiomonte, i volti coperti dal passamontagna sembrano dare corpo a questa tesi: l’anonimato amplifica la deresponsabilizzazione, e il gruppo diventa il vero soggetto dell’azione, un Leviatano senza testa che tutto permette.
Eppure Le Bon pecca di determinismo. La folla non è sempre un magma irrazionale; può essere anche il luogo di un’effervescenza creatrice, come aveva intuito Émile Durkheim. Inoltre, la sua teoria non spiega chi decide di mettersi il passamontagna e chi no, chi lancia la pietra e chi resta a filmare. Per questo, occorre integrare lo sguardo con modelli più articolati, come quello proposto da Neil Smelser negli anni Sessanta.
Il modello a valore aggiunto di Smelser
Smelser, nella sua Teoria del comportamento collettivo (1962), non si accontenta di descrivere la folla come un organismo impazzito. Per lui ogni episodio di protesta violenta è l’esito di una sequenza di condizioni, ciascuna necessaria ma non sufficiente, che si accumulano come anelli di una catena. È il cosiddetto value-added model: perché scoppi un incidente come quello di Chiomonte, devono attivarsi sei elementi.
Il modello a valore aggiunto di Smelser applicato alla protesta di Chiomonte: ogni elemento è necessario, ma solo la combinazione conduce all’evento violento.
La tensione strutturale nel caso No Tav è evidente da decenni: la ferrovia ad alta velocità è percepita da una parte della popolazione come un’imposizione calata dall’alto, un’opera faraonica che devasta il paesaggio senza portare benefici reali alla comunità. Questa tensione si traduce in una credenza generalizzata — il frame narrativo che dipinge lo Stato come nemico e il movimento come ultimo baluardo di resistenza. Poi arriva il fattore precipitante: un’operazione di polizia, una sentenza, o anche solo la notizia di un nuovo cantiere. Ieri, forse, è scattato qualcosa di simile. A quel punto scatta la mobilitazione all’azione: le reti sociali del movimento attivano i canali di convocazione, e il corteo si raduna. Se il controllo sociale — non solo la polizia, ma anche i leader moderati e le norme condivise — è debole o assente, l’anello finale, l’esplosione, diventa quasi inevitabile.
Il modello di Smelser ha il pregio di non ridurre tutto a un’ondata emotiva: mostra che dietro la violenza c’è una costruzione sociale complessa, che mescola disagio reale, narrazioni semplificanti e dinamiche organizzative. E spiega anche perché la folla non è mai tutta uguale: al suo interno convivono anime diverse, dal semplice simpatizzante al militante disposto a tutto. La rivendicazione «tutti black bloc» è, in quest’ottica, una potente operazione simbolica: serve a compattare il gruppo, a spaventare l’avversario e a negare la presenza di voci più moderate, che invece esistono e sono spesso le prime a essere oscurate.

Il black bloc come performance: Goffman e la drammaturgia della violenza
Se Smelser ci aiuta a capire il perché, Erving Goffman ci chiarisce il come. Nel suo La vita quotidiana come rappresentazione (1959), Goffman descrive l’interazione sociale come una messa in scena, in cui gli attori indossano maschere e recitano ruoli per controllare l’impressione che danno agli altri. Il black bloc è, da questo punto di vista, un costrutto drammaturgico perfetto: tute nere, passamontagna, attrezzi da offesa – un’uniforme che trasforma l’individuo in un personaggio collettivo. Il volto coperto non è solo una protezione, ma un vero e proprio faccia anteriore (per usare il termine goffmaniano) che comunica sfida, anonimato e appartenenza a una tribù di guerrieri metropolitani.
Ma c’è un rovescio della medaglia. Goffman ci ricorda che ogni rappresentazione ha un retroscena, uno spazio in cui la maschera cade e si prepara la performance. Nel caso del movimento No Tav, il retroscena è costituito dalle assemblee, dai dibattiti, dalla vita di valle: luoghi dove le persone parlano senza passamontagna, discutono di ambiente e di futuro, e dove la violenza è spesso oggetto di controversia. La rivendicazione «tutti black bloc» cancella proprio questo retroscena, e così facendo cancella la complessità del movimento, riducendolo a una sola delle sue possibili facce. È un’operazione che giova sia ai violenti, che ottengono una legittimazione di massa, sia agli avversari, che possono così criminalizzare l’intera protesta.
La fabbrica dei mostri: il panico morale secondo Stanley Cohen
Proprio qui si inserisce la lente di Stanley Cohen. In Folk Devils and Moral Panics (1972), Cohen mostra come i media e le autorità possano amplificare un episodio di devianza fino a trasformarlo in una minaccia epocale, creando un «diavolo popolare» contro cui mobilitarsi. Alimentato da titoli allarmistici e da dichiarazioni ufficiali, il panico morale semplifica la realtà in uno scontro tra bene e male, inasprendo le politiche repressive e rafforzando lo stigma su interi gruppi sociali.
La notizia di Tgcom24, con il suo riferimento ai black bloc e il numero impressionante di identificati, rischia di attivare proprio questo meccanismo. Non perché l’informazione sia faziosa, ma perché il frame narrativo – «centinaia di black bloc» – è talmente potente da oscurare ogni sfumatura. Diventa difficile, per l’opinione pubblica, distinguere chi lancia la pietra da chi si è semplicemente trovato in piazza. E quando la distinzione si perde, la protesta pacifica muore due volte: schiacciata dalla violenza di pochi e soffocata dallo stigma dei molti. Il modello di Cohen ci avverte che la reazione sociale alla devianza può essa stessa creare nuova devianza: un movimento che si sente ingiustamente criminalizzato può radicalizzarsi ulteriormente, in un circolo vizioso difficile da spezzare.
Lo Stato e il monopolio della forza: la lezione di Weber
Resta infine il nodo più spinoso: il rapporto tra protesta e ordine pubblico. Max Weber, in Politica come professione (1919), ha definito lo Stato moderno come quella comunità umana che «pretende per sé (con successo) il monopolio dell’uso legittimo della forza fisica». L’affermazione non è una celebrazione dell’autoritarismo, ma la constatazione di un principio fondativo: senza tale monopolio, la convivenza civile si sgretola in mille arbitrii privati. Quando dei manifestanti mascherati attaccano le forze dell’ordine, non stanno esprimendo un’opinione diversa; stanno contendendo allo Stato la prerogativa fondamentale che lo definisce.
Ciò non significa che la protesta sia di per sé illegittima. Weber stesso distingueva tra legalità e legittimità, e riconosceva che il potere si regge anche sul consenso. La lunga storia del movimento No Tav, con le sue marce pacifiche e le sue vertenze amministrative, è una testimonianza di come si possa avanzare un dissenso senza infrangere il patto democratico. Ma quando si indossa il passamontagna e si imbraccia una spranga, si esce da quel patto. Non è più una lotta per l’ambiente; è una sfida diretta all’autorità dello Stato di diritto.
Weber offre però anche un avvertimento: il monopolio della forza non può essere esercitato in modo arbitrario, deve essere regolato da norme e procedure. Le identificazioni di massa disposte ieri a Chiomonte sono uno strumento legittimo, ma potenzialmente rischioso se percepito come una rappresaglia indiscriminata. La trasparenza delle operazioni e il rispetto dei diritti individuali sono essenziali per non alimentare ulteriormente la credenza generalizzata di cui parla Smelser.

Oltre la contrapposizione: un’analisi che problematizza
Le quattro lenti sociologiche che abbiamo applicato – Le Bon, Smelser, Goffman, Cohen, con Weber sullo sfondo – non restituiscono una sentenza univoca. Ci dicono che la folla può effettivamente perdere la capacità di giudizio; che la violenza non scoppia dal nulla, ma è il prodotto di una miscela esplosiva di tensioni, credenze e debolezze istituzionali; che la performance del black bloc è una potente cortina fumogena che soffoca le voci moderate; e che la reazione mediatica e statale può, se non calibrata, trasformare un incidente in un panico morale, con effetti controproducenti.
Questa complessità invita a diffidare delle letture manichee. Da un lato, chi liquida l’intera protesta come «teppismo» non coglie le radici sociali del malessere e rischia di radicalizzare ancor più un territorio che chiede ascolto. Dall’altro, chi giustifica la violenza in nome di una causa giusta dimentica che i mezzi non sono mai separati dai fini: una democrazia liberale non può tollerare che si faccia giustizia da sé, a colpi di pietra. La frase «eravamo migliaia, tutti black bloc» è, in fondo, una confessione: se davvero fossero migliaia, saremmo di fronte a un movimento che ha scelto la via dello scontro aperto con lo Stato. Ma se invece fosse una millanteria, avremmo la prova di come la narrazione possa manipolare la percezione della realtà.
Obiezioni e limiti
Le teorie qui richiamate non sono esenti da critiche. Il modello di Le Bon è accusato di elitismo e di scarso fondamento empirico; Smelser è stato rimproverato di eccessivo determinismo strutturale, che lascia poco spazio all’agency individuale; la drammaturgia di Goffman, pur illuminante, rischia di ridurre tutto a una recita, trascurando le motivazioni profonde degli attori sociali. Quanto a Cohen, il concetto di panico morale è stato talvolta applicato in modo troppo disinvolto, etichettando come «panico» qualsiasi reazione sociale a un comportamento deviante. Perfino Weber può essere frainteso da chi lo invoca per giustificare qualsiasi repressione. Un’analisi equilibrata deve riconoscere questi limiti e usarli come bussole, non come catene.
Che fare? Piste per un intervento sociale consapevole
Davanti a eventi come quello di Chiomonte, la sociologia non può limitarsi a descrivere. Deve provare a suggerire, con umiltà, strade percorribili. La prima pista riguarda la ricostruzione della fiducia tra istituzioni e territorio: se la tensione strutturale nasce dalla percezione di un’imposizione, l’unica via d’uscita è un processo decisionale realmente partecipativo, che coinvolga le comunità locali fin dalle prime battute. La seconda pista è la trasparenza delle forze dell’ordine: ogni identificazione deve essere motivata e comunicata, per evitare che venga letta come un’intimidazione. La terza è il coraggio della distinzione: da parte dei media, delle autorità e della politica, nel non accettare la semplificazione «tutti black bloc», ma nel riconoscere e proteggere lo spazio del dissenso pacifico, nel momento stesso in cui si colpiscono senza esitazione i violenti. Infine, serve un’educazione alla complessità, insegnata nelle scuole e praticata nel dibattito pubblico: perché solo chi sa distinguere il retroscena dalla scena, il disagio dalla delinquenza, può resistere alla seduzione delle folle e alla fabbrica dei mostri.
Il giorno dopo Chiomonte, la Val di Susa torna a essere una valle stretta tra le montagne, con i suoi paesi e le sue vigne. I passamontagna, per ora, sono riposti negli zaini. Ma la dinamica che li ha fatti indossare resta in agguato, pronta a riattivarsi al prossimo fattore precipitante. La sfida è spezzare quella catena, un anello dopo l’altro. Con la forza della legge, certo, ma anche con la forza di una democrazia che sa ascoltare senza cedere, e punire senza umiliare.
Domande frequenti
Le Bon (1895) sostiene che nella folla gli individui perdono la coscienza personale e formano un'anima collettiva primitiva, emotiva e suggestionabile, dove il senso di responsabilità si dissolve e i comportamenti violenti vengono contagiati.
Smelser (1962) propone il modello a valore aggiunto: sei condizioni (tensione strutturale, credenza generalizzata, fattore precipitante, mobilitazione, controllo sociale debole) devono accumularsi in sequenza perché scoppi un episodio di violenza collettiva.
Secondo Cohen, bisogna distinguere tra devianza reale e amplificazione simbolica. I media dovrebbero evitare etichette totalizzanti ('tutti black bloc') e raccontare la complessità del movimento, senza criminalizzare indistintamente.
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