Immaginate Lorenzo, un trentenne romano che ha appena smesso il lavoro da impiegato per iscriversi a un master all’estero. I colleghi lo guardano strano: ‘Ma sei sicuro? Lasci un posto fisso?’. Lui sente di essere sospeso, tra un passato che non torna e un futuro ancora da costruire. Ogni sera, su WhatsApp, scrive agli amici: ‘Non so più chi sono. È come stare in mezzo a un ponte, senza vedere le due rive’.
Quel ponte d’esistenza è esattamente ciò che Victor Turner chiamava liminalità.
L’antropologo scozzese (1920-1983) riprese e rivoluzionò il concetto di rito di passaggio formulato da Arnold van Gennep. Mentre van Gennep aveva distinto le tre fasi del rito (separazione, margine o limen, aggregazione), Turner si concentrò sulla fase centrale, quella di margine, e ne fece il cuore della sua analisi. Per Turner, la liminalità non è un semplice interstizio temporale: è un vero e proprio stato sociale, uno spazio-tempo in cui le gerarchie si sospendono e le identità si sciolgono. Chi è liminale è ‘né carne né pesce’, come nei riti di iniziazione degli Ndembu dello Zambia, da lui studiati a lungo.
Turner distinse tre concetti chiave.
La biografia di Turner è importante. Nato a Glasgow, si formò in antropologia all’University College di Londra, studiando con Max Gluckman alla Scuola di Manchester. Fece ricerca sul campo tra gli Ndembu dello Zambia, analizzandone i rituali di guarigione e conflitto. Insegnò a Cornell, Chicago e, infine, all’Università della Virginia. Morì nel 1983.
Per capire meglio, prendiamo una tabella comparativa tra la prospettiva di van Gennep e quella di Turner.

| Van Gennep | Turner |
| Tre fasi: separazione, margine, aggregazione | Enfasi sulla fase di margine (liminalità) |
| Il rito come passaggio meccanico | Il rito come processo creativo e trasformativo |
| Focus sulla struttura sociale | Focus sull’antistruttura e la communitas |
| Schema universale dei riti di passaggio | Applicazione a teatro, pellegrinaggi, movimenti sociali |
L’importanza attuale di Turner? Enorme. Pensiamo ai giovani laureati italiani che entrano nel mondo del lavoro con stage e tirocini: sono liminali? Sì, sospesi tra studio e lavoro stabile, spesso vivono per anni in questa condizione, creando legami orizzontali tra coetanei (communitas precaria). Lo stesso vale per i migranti, per i malati cronici, per chiunque attraversi una transizione biografica. Turner ci dà gli strumenti per leggere queste zone grigie.
Un altro esempio? I festival musicali estivi, come il Primo Maggio a Roma o il Lucca Summer: migliaia di persone vivono per giorni in una sospensione di ruoli normali, condividendo musica, cibo e notti all’aperto. Quella è communitas. Poi, finito il festival, si torna alla struttura.
Ci sono però obiezioni e limiti. Alcuni critici, come la studiosa Barbara Myerhoff, notano che la liminalità non è sempre liberatoria: può essere imposta (es. campi profughi) e il senso di comunità può essere fittizio o manipolato. Turner stesso riconosceva che la communitas è fragile e di breve durata. Inoltre, la sua teoria è stata accusata di romantizzare l’‘antistruttura’, trascurando i rapporti di potere interni ai gruppi liminali.
Ecco uno schema concettuale per visualizzare le relazioni tra i concetti.
Ruoli fissi, norme, gerarchie, status quo.
Momenti di sospensione, liminalità, communitas.
Fase di separazione → Fase liminale (margine) → Fase di riaggregazione.
Nella fase liminale: sospensione delle norme, nascita di communitas.
Oltre a van Gennep, Turner dialogò con altri studiosi. Con Emile Durkheim condivise l’idea che il rituale rafforzi la coesione sociale, ma Turner sottolineò il momento creativo e antistrutturale. Con Max Weber condivise l’interesse per il carisma e la profezia, che generano communitas. Tuttavia, Weber vedeva il carisma come forza individuale, mentre Turner lo legge come fenomeno collettivo e liminale. Con Clifford Geertz ci fu scambio: Geertz interpretava la cultura come testo da leggere (antropologia interpretativa); Turner invece come processo drammatico, quasi teatrale. Non a caso Turner studiò a fondo il teatro di Richard Schechner e il concetto di ‘performance’.
Nella vita quotidiana italiana, la liminalità è forse più diffusa di quanto crediamo. Il servizio civile, il periodo di prova al lavoro, il fidanzamento, il lutto: sono tutte esperienze in cui si è ‘tra’, sospesi. E la communitas? La si vede nei gruppi WhatsApp di neomamme, nelle community di videogiochi durante il lockdown, nei corsi di formazione per disoccupati. Turner, insomma, ci aiuta a vedere la società non come statica ma come un perpetuo ondeggiare tra ordine e caos, tra struttura e possibilità.
Obiezioni e limiti: qualcuno potrebbe dire che oggi non ci sono più riti collettivi, che la liminalità è vissuta in solitudine. È vero in parte: la modernità ha frammentato i riti, ma la liminalità non è sparita, si è solo privatizzata. Pensiamo ai percorsi di transizione di genere: sono profondamente liminali, e spesso chi li vive cerca comunità online (communitas virtuale). Turner non aveva previsto internet, ma i suoi concetti si adattano.
Perché Turner è utile per capire il presente? Perché viviamo in un’epoca di transizioni permanenti: dalla scuola al lavoro, dal lavoro alla pensione, dalla città alla campagna, dal matrimonio al divorzio. La liminalità è diventata una condizione esistenziale diffusa. E la communitas è la risposta umana alla solitudine della sospensione. Insegnanti e studenti possono usare Turner per decostruire i riti scolastici (esame di maturità come rito di passaggio), per analizzare i movimenti sociali (come i Fridays for Future, nati come communitas giovanile) o per comprendere i fenomeni di pellegrinaggio (il Cammino di Santiago).
Infine, un breve paragrafo su malintesi comuni. Non bisogna confondere la liminalità con l’anomia. L’anomia (Durkheim) è assenza di norme, spesso patologica; la liminalità è sospensione temporanea e funzionale al rinnovamento sociale. Inoltre, non ogni esperienza di communitas è positiva: può diventare setta, conformismo di gruppo, esclusione di chi non partecipa. Turner era consapevole di queste ambivalenze.
Riepilogando: Turner ci offre una lente per leggere le zone d’ombra della vita sociale – quei momenti di passaggio in cui le certezze crollano e nascono nuove possibilità. Per Lorenzo, il trentenne romano, sapere di essere in limine può trasformare l’angoscia in consapevolezza: ‘Non sono perso, sono in transito’. E forse questa è la più grande lezione educativa di Turner: che la sospensione non è un vuoto, ma un grembo.
Domande frequenti
Antropologo scozzese (1920-1983), noto per i suoi studi sui riti di passaggio, la liminalità e la communitas. Ha lavorato tra gli Ndembu dello Zambia e insegnato a Chicago e Virginia.
La fase centrale di un rito di passaggio in cui l'individuo è sospeso tra due status sociali, senza ruoli definiti. Esempi: adolescenti, novizi, migranti in attesa.
Van Gennep descrive tre fasi (separazione, margine, aggregazione); Turner approfondisce la fase di margine (liminalità), enfatizzando il potenziale creativo e la nascita della communitas, un legame comunitario forte.
Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.
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